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Diario di bordo

DECIMO GIORNO A GAZA

Gaza non finisce di sorprendere. Nella nostra ricerca di luoghi e situazioni e attrezzature che ci serviranno per realizzare il nostro film, oggi ci rechiamo agli studi cinematografici Asdaa Town in Khan Younis, a sud della striscia.

Solo dopo un tour di tre ore scopriremo che gli studi non esistono e che in realtà vi sono solo delle dune che circondano l’area dove è stato girato un unico film, dopo il 2007.

Al posto degli studi vi è un allevamento ittico per pesci di acqua dolce, dove ogni giorno vengono prodotti 300 chili di pesce da vendere al mercato di Khan younis e l’acqua dolce che eccede per produzione viene utilizzata per l’irrigazione dei campi limitrofi.

Per precisare, l’area in cui sorge Asdaa Town fino al 2005 era un insediamento israeliano a cui i palestinesi per 40 anni non hanno potuto accedere, nonostante sia la zona più verde e splendida di tutta la striscia.

Il responsabile delle pubbliche relazioni ci spiega che l’allevamento ittico è anche un modo di rispondere all’embargo israeliano che vieta ai pescatori di spingersi con le loro barche per pescare oltre le 3 miglia dalla costa, nonostante gli accordi internazionali presi a Oslo nel 1993 prevedessero questo confine delle acque palestinese a 20 miglia dalla costa.

Nell’aerea adiacente, per rispondere alla richiesta della popolazione di avere un area verde in cui famiglie e scolaresche possano recarsi a svagarsi un po’, sorge un zoo, forse di grande interesse per i bambini e le loro famiglie ma ai nostri occhi una prigione nella prigione, in cui poveri animali rubati alla loro natura, vengono tenuti soli, in una triste cattività.

Forse questo ci parla della natura dell’uomo più di tanti discorsi e della sua sadica capacità di trovare un sottile piacere sadico nell’applicare una coercizione su esseri viventi percepiti come inferiori.

L’altra parte dell’area è uno splendido Acqua Park, con una immensa piscina per noi anch’essa icona di una società con regole difficile da comprendere. Solo uomini e bambini possono accedere all’acqua perché alle donne non è permesso per ragioni di pudore spogliarsi né immergersi vestite. Noi veniamo da un contesto così diverso e ci viene normale fare confronti e vedere tutto quello che è lontano da noi come delle privazioni forzate, ma non sappiamo e non capiamo se sono le donne le prime a desiderare questo e forse sono le prime che al momento non si sentirebbero a loro agio in piscina in bikini. La cultura ha i suoi meccanismi interni, che qui sono mossi anche da tante dinamiche esterne al paese. Di certo noi occidentali rappresentiamo una grande attrazione per tutte le donne che ci incontrano e appena possibile si avvicinano e cercano di conoscerci e poi, al primo scambio di parole, intimidite ed ingenue ridacchiano.

Sempre a Khan younis andiamo a incontrare i ragazzi che praticano il Parkour, gli stessi che alcuni mesi fa sono stati in Italia per scambiare saperi e idee con i team di Bologna, Roma, Palermo, Bergamo e Milano.

Poco più che ventenni hanno appreso da soli guardando dei video on -line trucchi e segreti che solo i migliori atleti sanno performare. Allenandosi con enorme coraggio non in palestre attrezzate ma sulle dune del deserto o fra le strettissime vie del quartiere, con la determinazione di giovani che saltando da un palazzo all’altro vogliono rompere le barriere fisiche e mentali che l’occupazione gli impone.

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REPORT SESTO GIORNO

Oggi andiamo a conoscere l’università Al Aqsa, che si distingue da quella islamica perchè vengono ammesse persone di differente appartenenza sociale e politica.
Avvicinandoci alla zona universitaria ci rendiamo subito conto che c’è un alto numero di ragazze. Ci spiegheranno poi che oggi è la giornata delle ragazze. Domani sarà quella dei ragazzi. Da due anni l’università qui non è più mista ma dedica tre giorni la settimana agli uomini e tre alle donne.
Questo ovviamente è dato dalle strutture veramente limitate ma, ci spiegherà poi il rettore, anche dalla volontà di rispettare le tradizioni culturali e religiose.
Nessuno ci spiegherà però come mai fino a tre anni fa tali tradizioni non vennero mai prese in considerazione.

All’ingresso del piccolo campus veniamo subito fermati da tre guardie.
Ci spiegheranno che quest’università ha dovuto alzare il livello di sicurezza negli ultimi anni.
Notiamo infatti che è circondata da un muro di cinta altissimo con filo spinato.

Dopo un’intervista col rettore molto formale in cui ci viene spiegato quali sono le principali materie di insegnamento, come vengono organizzate le classi, che borse di studio ci sono e quali possono essere le possibilità per i giovani una volta laureati (pare che la speranza maggiore sia poter andare all’estero a completare gli studi o ad inserirsi nel mondo del lavoro). Ci spiega che la più grande difficoltà per i studenti è la mancanza della elettricità e di petrolio (il generatore dell’università consuma circa 20 litri all’ora ed ora è spento per la crisi energetica). La penuria di petrolio causa spesso anche disagi alla mobilità e molti ragazzi non riescono a raggiungere l’università.
Altro grosso problema è legato al tasso di disoccupazione: non poter trovare un lavoro dopo lo studio, fa disperare i giovani e spesso fa venir voglia di lasciare il paese.
Dopo l’intervista ci dirigiamo verso la mensa.

Appena iniziamo a fare immagini di copertura al cortile ci si avvicina una piccola folla di ragazze velate.

- Come ti chiami?
- Di che televisione siete?
- Da dove venite?

Curiosissime di poter incontrare stranieri e di avere contatto con gente così strana e diversa rispetto a loro, queste ragazzine hanno una gran voglia di parlare, confrontarsi e raccontarci come vivono a Gaza.

- Noi vogliamo sposare un palestinese perché hanno le nostre stesse abitudini e tradizioni.
- Non mi tolgo il velo se non con mio padre, mio fratello e quando lo avrò mio marito. Non voglio scoprire il mio volto ed il mio corpo a chi non conosco.

Tutte queste ragazze vorranno poi una mail o un contatto per poter vedere le loro immagini sul web: sempre di più ci convinciamo che alcuni costumi qui vengano rispettati nella vita ‘reale’ ma che nella vita ‘virtuale’, dove siamo liberi e libere di metterci in gioco, alcuni tabù sociali siano già stati da lungo tempo superati.
Appena proviamo a fare qualche domanda di politica ci viene detto che loro preferiscono non rispondere, ma poi qualcosa esce:

- Si, le prossime elezioni ci saranno. Non sappiamo quando, ma sicuramente ci saranno.

Intervistiamo poi anche un ragazzo circa ventitreenne, responsabile dei rapporti con gli internazionali in visita all’università.
Lui ci risponde in modo molto blando e formale. Per lui la situazione politica a Gaza è democraticamente rispettata. Non sa quando ci saranno le prossime elezioni, ma chi ora governa Gaza è stato scelto dal popolo.

Dopo l’università andiamo al El Nahde, uno dei centri giovanili dove i ragazzi di Gaza possono incontrarsi, fare attività insieme, conoscersi.
In questo centro, ci spiega Youthy il coordinatore del posto, viene supportato un centro medico, e promosse attività di vario genere come workshops, corsi di arte inglese, tematiche politiche, sociali e culturali.
In generale l’idea è quella di coltivare i giovani talenti di Gaza, come i due ragazzi che si fanno chiamare Sound from the Street e che alla fine della nostra visita ci cantano due pezzi rap scritti da loro:

- Questo è uno studio di registrazione che stiamo costruendo con le nostre forze e materiale di recupero.

Ci racconta un altro responsabile del centro passeggiando fra i cartoni delle uova e i barattoli di vernice.

- Posti come questo sono molto importanti qui a Gaza. Servono a far capire ai ragazzi che, anche se la realtà in cui sono cresciuti è molto dura, il loro futuro se lo devono creare da soli, coltivando le loro capacità e le loro aspirazioni. Questo è quello che libererà Gaza e il popolo palestinese. I ragazzi sono il nostro futuro.

Ce ne andiamo dal centro felici di aver incontrato molti ragazzi e ragazze che ci hanno spiegato le diverse sfaccettature del mondo giovanile, così complesso e pieno di contraddizioni.
Come ci hanno detto i ragazzi sono il futuro di questo paese e noi in loro riponiamo le speranze di una nuova Palestina.

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24_04_12 Striscia di Gaza: supportando gli accompagnamenti ai contadini dell’International Solidarity Movement

Sveglia quasi all’alba, dopo poche ore di sonno e con ancora in testa le ultime parole scritte ieri notte. Assieme agli attivisti di International Solidarity Movement (ISM) ci rechiamo al villaggio di Khuza’a per fare accompagnamento ai contadini che raccolgono il grano nei loro campi adiacenti alla buffer zone.
Questa zona è la più bella e pericolosa di Gaza e fino al 2005 era abitata solo da coloni, circa 8000 suddivisi in 21 insediamenti, i quali venivano protetti da circa 30.000 forze militari e diversi check point . Quando l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon decise di evacuare forzatamente tutti i coloni, nessun palestinese poteva accedere quest’area per ragioni di sicurezza.
Oggi vivono qui quasi 10.000 palestinesi e il villaggio si trova a meno di 500 metri dal confine con Israele. Il primo giorno della raccolta del grano i soldati israeliani, sparando in direzione dei contadini, hanno ferito un uomo, il secondo giorno una donna. Dal terzo giorno i volontari dell’I.S.M. accompagnano i contadini al lavoro con l’intento di far fermare il fuoco, armati di giubottini fluorescenti, telecamere e megafono.

-> SCARICA IL VIDEO IN DIVERSI FORMATI..

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QUINTO GIORNO A GAZA

Anche oggi ci svegliamo all’alba per andare ad accompagnare i contadini sui campi per il raccolto insieme ai volontari dell’International Solidarity Movement, Nathan, Johnny e Rosa.

Arrivati a Khuza’a troviamo una troupe della televisione universitaria Book TV, venuta a fare un servizio sugli stranieri che vivono a Gaza e si impegnano per aiutare la popolazione contro le ingiustizie che subiscono e forse grazie alla loro presenza, o al fatto che oggi in Israele è festa, quando i militari israeliani arrivano con le loro jeep sul confine decidono di non sparare e lasciano i contadini lavorare in pace fino alle 10, ora in cui è il sole, troppo cocente, a porre termine al lavoro.

Rientrati a Gaza ancora assonnati Maher, giovane guida gazawi e buon amico, ci porta a visitare il Palestinian Womens Committees Union, un comitato femminile che si occupa di assistere ed educare le donne. Qui abbiamo la fortuna di intervistare Taghriid Jomà la coordinatrice del centro che ci spiega quali sono i vari tipi di problemi con cui le donne si devono confrontare in questa società, come la violenza domestica, psicologica e fisica, in una cultura dominata principalmente dalla figura maschile.

Il lavoro in questi casi consiste principalmente nell’aiutare le donne a raggiungere l’indipendenza economica, molto difficile da ottenere in questa società ed alla base dell’emancipazione culturale.

-”Se le donne non ottengono l’indipendenza economica”, ci dice la coordinatrice, “non riescono a liberarsi dalle violenze subite in casa dal marito, dai familiari, o dalla società, perché non possono abbandonare tali case. Se una donna decide di abbandonare il marito, la donna verrà abbandonata dalla sua famiglia, tranne casi eccezionali di famiglie con una cultura più modernizzata e meno religiosa; se ci sono dei figli, nella maggiore parte dei casi queste decidono di restare col marito, affrontando anche qualunque tipo di abuso”.

Il centro, combattendo contro la diffidenza e le regole ferree che questa società molto religiosa e conservatrice fa fatica ad abbandonare, si occupa anche di donne recluse nei carceri per motivi politici, le quali hanno bisogno di supporto legale, economico e psicologico, soprattutto se hanno dei figli con se.

Il centro si occupa anche di assistere le donne con labilità psicologiche causate dalla guerra e l’occupazione e di promuovere una maggiore partecipazione attiva delle donne nella vita politica della striscia puntando a dei cambiamenti sociali più profondi, invece scoraggiati dal potere dominante, culturale, politico e religioso.

-”Il governo sostiene che il nostro lavoro sia inutile, perché le donne hanno già i loro diritti e sono scritti nei testi sacri, le famiglie delle donne che vengono qui invece pensano che queste cerchino di rubare dei diritti che non meritano”- continua Taghriid.

Alla fine dell’intervista Taghriid ci mostra i lavori di artigianato che producono le donne del comitato, splendidi ricami tradizionali tra cui spicca una sciarpa nera con ricamata in rosso la faccia del Che Guevara, ci regala dei braccialetti con i colori della Palestina e ci salutiamo per andare con Maher allo Youth Commettees Union, un altro comitato formato dai giovani del PFLP (Popular Front of the Liberation of palestine). Qui facciamo una breve intervista con il presidente che ci parla dei problemi dei giovani senza mai sbilanciarsi troppo. Finalmente ci rilassiamo e possiamo assistere ad una dimostrazione di Dabka, la danza tradizionale palestinese diffusa anche in Libano, Siria ed Iraq, il cui nome significa battere i piedi per terra (dal verbo arabo yadbuk). Questa danza ora è vietata in pubblico alle donne, ovunque tranne che in questo centro, grazie ad un gruppo di giovani che non vogliono perdere il legame con le loro tradizioni e che con vero entusiasmo ci mostrano un bellissimo spettacolo, nonostante la crisi energetica comportasse che non ci fosse elettricità e che la musica venisse riprodotta con un telefono cellulare amplificato con un cono di cartone.

Quando pensiamo che gli incontri siano terminati conosciamo il presidente dell’associazione palestinese dei pescatori un uomo gentile e affabile, molto amico di Vittorio Arrigoni, come tanti qui. Ci racconta la realtà della sua gente, le difficoltà dei pescatori e la miseria alla quale l’occupazione li ha condotti.

-”Tutto quello che senti, se esci in mare, sono gli spari. Israele forza i pescatori a rispettare un limite massimo di 3 miglia dalla costa, ma già quando i pescatori raggiungono le 2,5 miglia gli israeliani cominciano a sparare per scoraggiarli ad arrivare al limite. Questo per i palestinesi significa restare a 2 miglia dalla costa, dove non c’è pesce.

Parliamo di 3500 pescatori, ognuno con famiglie di 5 o 7 persone e Israele, definendo le 3 miglia come un limite di sicurezza, attua in realtà una punizione collettiva sulla povera gente perché come contraddizione permette ai palestinesi di recarsi nelle acque egiziane o israeliane per comprare pesce e tornare a venderlo Gaza. Israele in questo modo forza le famiglie a lasciare il loro mestiere di pescatori e a divenire commercianti di pesce fresco egiziano o surgelato israeliano, spesso proveniente da territori occupati in Israele.

Alle volte i pescatori vengono uccisi o feriti, altre volte le loro barche vengono confiscate, portate in Israele e mai restituite. La tragedia è che i pescatori spesso chiedono dei prestiti per comprare delle barche e dopo pochissimo tempo le perdono assieme al loro lavoro, che culturalmente può essere solo in mare”.-

Siamo a Gaza da 5 giorni e diviene sempre più interessante conoscere le storie della gente, quella più e quella meno povera. Tutti hanno una grande consapevolezza politica e dell’occupazione e la vita di tutti i giorni viene inevitabilmente influenzata dalla presenza dietro al muro dell’esercito israeliano che tiene in scacco tutto, anche i pensieri, la fantasia e la possibilità di esprimersi dei giovani.

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QUARTO GIORNO A GAZA

Sveglia quasi all’alba, dopo poche ore di sonno e con ancora in testa le ultime parole scritte ieri notte. Assieme agli attivisti di International Solidarity Movement (ISM) ci rechiamo al villaggio di Khuza’a per fare accompagnamento ai contadini che raccolgono il grano nei loro campi adiacenti alla buffer zone.
Questa zona è la più bella e pericolosa di Gaza e fino al 2005 era abitata solo da coloni, circa 8000 suddivisi in 21 insediamenti, i quali venivano protetti da circa 30.000 forze militari e diversi check point . Quando l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon decise di evacuare forzatamente tutti i coloni, nessun palestinese poteva accedere quest’area per ragioni di sicurezza.
Oggi vivono qui quasi 10.000 palestinesi e il villaggio si trova a meno di 500 metri dal confine con Israele. Il primo giorno della raccolta del grano i soldati israeliani, sparando in direzione dei contadini, hanno ferito un uomo, il secondo giorno una donna. Dal terzo giorno i volontari dell’I.S.M. accompagnano i contadini al lavoro con l’intento di far fermare il fuoco, armati di giubottini fluorescenti, telecamere e megafono.

Arriviamo sul campo verso le 7 del mattino e come in ogni momento di aggregazione palestinese c’è tanto da mangiare, del caffè, del te e dell’acqua, sorrisi a volontà e voglia di scherzare. Ci vestiamo e ci dividiamo in due gruppi per poter coprire un area più grande del campo. I contadini sono tutti accovacciati e lavorano velocissimi.
Il confine e la buffer zone sono li davanti a noi, per la prima volta, reali davanti ai nostri occhi.

Alle 8:30 vediamo tre jeep militari avvicinarsi ad una torretta e altre tre andarsene. Poi la quiete e all’improvviso gli spari. Uno, due, tre, ancora e ancora. << Stop shooting, you are shooting on innocent farmers, do you know that? They are simply trying to harvest their fields, this is their land, is not the buffer zone! >> viene urlato al megafono da un volontario di ISM.

Gli spari cessano un minuto e poi riprendono. Se ci pensi quando sei a casa credi che sia folle andare così vicino alla morte, andarle in contro per difendere il destino di altri. Ma quando sei qui capisci che questo può dare coraggio e forza ai contadini, ma non garantire del tutto la loro sicurezza. Ti rendi conto che per qualcuno la tua vita non ha lo stesso valore della vita dei contadini.
E quando gli spari continuavano senza interrompersi abbiamo cominciato a chiederci come un uomo possa giocare così con l’esistenza e la paura degli altri. Come possa un uomo armato guardare un altro uomo innocente e disarmato nel mirino del suo fucile e sparare, senza un vero fine militare o strategico, se non quello di terrorizzare e reprimere. Incomprensibile ed inumano.
Alle 9:45 il nostro lavoro è finito. I contadini raccolgono parte del grano racchiuso in fascine e lo caricano sui carretti trainati da asini. Durante un breve tour per il villaggio di Khuza’a notiamo quanto vicino è il confine con il villaggio, al punto che alle volte gli spari colpiscono target a caso come le scuole, le case, o peggio persone.
Poco dopo veniamo accolti nella casa di una famiglia di contadini e anche stavolta la tensione, il senso dell’occupazione viene spazzata via dai modi della gente. Così ritorniamo a pensare al nostro progetto e cerchiamo di raccogliere alcune interviste che ci servono per capire e conoscere questa terra e questo popolo. Intervistiamo l’uomo più anziano che era nei campi, che ha nove figli ognuno dei quali ha 5 figli, ognuno dei quali ha anch’esso in media 5 figli. <> ci dice il vecchio. La donna ferita alla tempia ci fa capire che senza gli internazionali per i contadini di Khuza’a è troppo pericoloso andare nei campi a coltivare e molte volte sono costretti a perdere i loro raccolti per salvarsi la vita. <>. All’improvviso dietro di noi viene imbandita una tavola per tutti come fosse grande festa, con insalate, zucchine e patate fritte, yogurth, riso abbellito come una torta, dawali (foglie di vite ripiene di riso), Molokia (salsa di chissà quale verdura), succo fresco di fragole e pane, tanto pane.

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TERZO GIORNO

Partire col progetto Moviengtogaza significa cominciare a conoscere Gaza, non più attraverso gli scritti e i filmati di altri ma coi propri occhi e le proprie emozioni, consapevoli degli eventi che hanno denotato la storia di questa striscia di terra, sotto occupazione e strangolata dall’esterno e dall’interno.

La prima escursione di oggi la facciamo accompagnati da un video maker gazawi al centro di Gaza city, la vecchia città, popolata fin dal quindicesimo secolo a.C.

Vediamo il mercato, i luoghi di culto, i vicoli stretti e malconci. Siamo nel cuore della città e della sue tradizioni sotto un sole cocente. Vik ha le maniche arrotolate e subito sente gli occhi addosso, in particolare sul tatuaggio e due uomini che parlottano e indicano. Solo alla sera scopriremo che il corano vieta di modificare il proprio corpo, perché non appartiene agli uomini ma ad Allah e la legge impedisce ai palestinesi di mostrare questo tipo di segni indelebili, cosa che anni fa era totalmente contemplata e permessa.

Il cibo è invitante e profumato; formaggi, spezie, olive, diversi te e piante aromatiche. Qui ogni frutta ed ortaggio ha il sapore che i nostri super mercati ci hanno fatto dimenticare.

Ci muoviamo fra vie strettissime, destra, sinistra e siamo davanti ad uno spiazzo enorme, di sabbia, con alcuni ruderi al centro e svariati buchi. La vecchia prigione e stazione di polizia, bombardata nell’ultima guerra ben 15 volte, coi detenuti al suo interno.

La prossima visita è all’associazione Shababik Gaza, o finestre su Gaza, un’associazione che si finanzia attraverso il ministero della cultura e il supporto di progetti internazionali che attraverso il lavoro di volontari cerca di dare supporto e spazio agli artisti di Gaza, attraverso corsi, esposizioni, eventi e partecipando al network delle realtà culturali della Striscia. Vi partecipano fotografi, pittori, video maker e cerca di dare spazio a talenti che altrimenti rimarrebbero inespressi. Il coordinatore ci spiega che essere un artista oggi a Gaza non è cosa semplice. A causa dell’occupazione, della crisi energetica e dell’orientamento fortemente religioso del potere politico che influisce sulla libertà di espressione e sui codici del linguaggio. -“Rappresentare un corpo, vestito o nudo, o un volto è possibile solo se non lo si vuole mostrare pubblicamente, se rimane un lavoro privato di studio. Per non finire in contrasto con l’autorità bisogna cercare un metodo di rappresentazione non diretto, come con l’arte astratta” ci spiega il coordinatore del centro.

A Gaza le coincidenze paiono perfette e mentre ci intratteniamo ad intervistare la direttrice del centro, attivissima nel lavoro coi bambini che ci spiega un po’ l’evoluzione dei movimenti giovanili degli ultimi anni conosciamo anche una giovanissima regista di cinema drammatico, dell’università di Gaza con la quale ci incontreremo nei prossimi giorni per discutere il nostro progetto.

Dopo il centro Shababik Gaza andiamo all’inaugurazione di un ristorante dedicato a Vittorio dove ci viene offerta una cucina fusion italo-palestinese.

Lì abbiamo l’occasione di incontrare finalmente molti internazionali e compagni palestinesi che lavorano a Gaza nell’ambito di vari Centri per i diritti umani e Centri giovanili ed artistici.

All’improvviso, dopo il buffet, veniamo piacevolmente sorpresi da un gruppo di ragazzi del quartiere che per caso stava facendo acrobazie di ogni genere al di là della strada: figure di breakdance, un accenno di parkur, salti mortali all’indietro, e per finire una difficilissima serie di ruote e flicks degne del miglior Yuri Keki nel bel mezzo di un’incrocio trafficato…

Questa è la Gaza delle nuove generazioni: vogliosa di liberare e praticare col proprio corpo, bisognosa di esprimersi non solo con la lotta politica strettamente intesa. Rischiando con pratiche e danze estreme in un luogo dove la parola ‘estremo’ perde di qualsiasi significato. Quasi ad urlare la loro voglia di decidere quale rischio correre, essere coscienti dei loro corpi.

Torniamo a casa insieme ai ragazzi e ragazze incontrati durante la giornata per un breve scambio di idee sul nostro progetto filmico, come strutturarlo, di cosa parlare, la fattibilità etc..

Troviamo un gruppo molto interessato a partecipare, attento ed attivo: chi scrive, chi fotografa, chi semplicemente milita. Ma ognuno voglioso di confrontarsi e discutere sulla società in cui vive, affrontando anche temi difficili e tabù che la società gazawi contemporanea vorrebbe cancellare.

‘Buttiamo giù’ qualche idea di tematiche interessanti da sviluppare e il discorso si sofferma sul fatto che fra la gioventù di Gaza esistono molti lost talents, talenti mancati, che per difficoltà nello studiare, presi da lavoro, famiglie numerose e bombardamenti, confinati nella libertà di movimento, non saranno mai famosi professionisti e campioni che il mondo intero potrebbe apprezzare. Subito si accende un dibattito sul perché ciò accada, sulla responsabilità che la società gazawi ha nel permettere che questi talenti vengano ‘persi’ fra le strade di Gaza City.

Ci troviamo quindi ad andare al di là della discussione su un progetto filmico, arrivando a discorsi esistenzialisti estremamente profondi. Finiamo per confrontarci in uno scambio interculturale notevole, a qualsiasi livello: sociale e politico, ma anche intimo ed umano.

Un’intimità ed umanità che spesso le tirannidi benpensanti reprimono e sanciscono, anche nell’intento di cancellare quella memoria storica che potrebbe essere arma di dissenso.
Ma questi ragazzi, la gioventù di Gaza, vuole ricordare questa memoria storica, vuole ritrovare la sua intimità, vuole ottenere la libertà che ogni essere umano rincorre e che qui più che mai ha senso ottenere.
Qui a Gaza. Non altrove, costretti ad emigrare in un altro paese.
La libertà molti di loro la vogliono nella loro casa perché ora più che mai andarsene sarebbe perdere la loro casa.

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SULLA VIA PER RAFAH…

Partiamo dal Cairo la mattina prima dell’alba. Ci viene a prendere un Mercedes sgarrupato anni 70 a sette posti che scopriamo in seguito non possiamo permettere si spenga mai perché pare in caso contrario l’autista potrebbe non riuscire a riaccenderlo.

Fra violazioni di sensi unici e incidenti sfiorati con camion carichi di barili di petrolio, usciamo dalla città in circa un’ora. Il traffico della capitale egiziana ci lascia veramente traumatizzati: un possibile autoscontro ad ogni angolo e una miriade di camion sovraccaricati male che violano qualsiasi regolamento stradale sia mai stato concepito dall’essere umano.

Presto le case diroccate e semi-costruite della periferia del Cairo lasceranno il posto al deserto e alle case dei contadini, ai nomadi con dromedari ed a poveri muli costretti a trasportare carichi troppo pesanti.

Dopo circa due ore incontriamo e superiamo il ripidissimo ponte sullo stretto di Suez e questo significherà che da qui siamo entrati nella zona del Sinai.
Per fortuna, nonostante ciò che sappiamo sulla pericolosità di questa zona, oggi ci sembra un posto felice e pacifico, dove addirittura ci si va in vacanza coi bambini; non fosse solo per le diverse soste ai posti di blocco militari con carro armato che consistono per noi in brevi controlli dei documenti senza perquisizioni e che riusciamo a passare piuttosto velocemente.
Quando dopo circa altre due ore vediamo le prime spiagge ed il mare, il nostro tassista ci annuncia che siamo ad Al Arish, ultima cittadina prima della zona di confine di Rafah.

Ad un tratto, dopo un breve tragitto percorrendo una strada costellata di uffici-bunker delle Nazioni Unite e presidi militari, si staglia di fronte a noi un colossale gate color deserto: il valico di frontiera di Rafah.

Scendiamo dalla Mercedes poco prima perché l’ultimo tragitto va fatto a piedi.
Veniamo subito circondati da una densa folla di soli uomini che ci danno l’idea di passare le loro giornate li avanti, forse per lavoro o per l’espediente di sopravvivere in un luogo di frontiera, ma non sono certo viaggiatori che tentano di passare il valico. Alcuni aprono da se il cancello per noi apparentemente inaccessibile, entrano ed escono, proprio come se stessero lavorando rifornendo i militari di ciò che occorre.
Alcuni ci parlano in arabo, altri in inglese, altri ci invitano ad accedere ai tunnel che collegano l’Egitto a Gaza.

Il valico di Rafah è una frontiera internazionale costruita dai governi israeliani ed egiziani dopo il Trattato di pace israelo-egiziano del 1979 e il ritiro israeliano dalla Penisola del Sinai nel 1982 E’ stato gestito dalla Autorità Aeroportuale Israeliana fino al Piano di disimpegno unilaterale israeliano, quando cominciò ad essere sorvegliato dalle Nazioni Unite.
Valico di Rafah è stato aperto il 25 novembre 2005 e gestito quasi ogni giorno fino al 25 giugno 2006. Da quel momento è stato chiuso da Israele l’ 86% di giorni per motivi di sicurezza ed il valico è rimasto chiuso persino l’esportazione delle merci. Nel giugno 2007, l’attraversamento è stato chiuso dopo l’acquisizione di Hamas della Striscia di Gaza e dopo la caduta di Mubarak il valico è stato riaperto suppur con notevoli difficoltà di passaggio.
Rafah è l’unico varco per gli abitanti di Gaza verso il resto del mondo e per gli internazionali alla città di Gaza. Il valico di Rafah è il limite fisico alla libertà degli abitanti di Gaza, è uno dei due accessi, entrambe difficilissimi da passare, alla Striscia. Non importa se vi sono motivi di salute o di studio o di semplice espressione della libertà individuale ed indiscutibile di mobilità, alle volte possono volerci giorni prima di poterlo attraversare, alle volte solo svariate ore, comunque è una delle porte alla grande prigione a cielo aperto che è Gaza.

Ci avviciniamo al cancello con passaporti e permessi alla mano. Tutte le nostre carte, che ci sono voluti mesi di telefonate, contatti e ricerche per averle, vengono definite insufficienti dopo solo una veloce e sommaria lettura. “Non entrate con questi, non avete una carta di identità palestinese; potete rientrare ala Cairo e contattare gli affari esteri egiziani” ci viene detto. Ma eravamo preparati e ci sediamo per un caffè e a riflettere su chi cominciare a chiamare.
Di nuovo riproviamo con un altro militare che si trovava al cancello, con più stellette sulla maglia e forse più voglia di lavorare (permettetemi l’eufenismo). Con lui i nostri documenti, incartamenti e passaporti restano in osservazione almeno 10 minuti prima di sentirci dire che non possiamo passare per il valico, ma per alcuno centinaia di euro, ci viene ripetuto, possiamo passare dai tunnel. Non serve commentare questa cosa che chiaramente allude ad una collaborazione fra alcuni militari in servizio al confine ed i responsabili dei tunnel, sottendendo corruzione e abusi d’ufficio.
Per fortuna la sera prima, per caso abbiamo incontrato al Cairo un’attivista che era appena uscita da Gaza che ci ha lasciato il numero di telefono del responsabile stampa al border…Lo chiamiamo e dopo poco il cancello si apre, appare il responsabile con le nostre carte in mano che ci fa entrare e finalmente comincia la vera procedura.

Noi non ci possiamo credere: dopo un’ora di vani tentativi quel cancello si apre anche per noi e possiamo finalmente salutare la folla di urlatori che presto troveranno qualche altra preda…
Non ci abbiamo capito molto della procedura: pare che la polizia non stia lì per controllare il flusso ma quasi per bloccarlo. Probabilmente l’attraversamento illegale nei tunnel non fa guadagnare solo gli urlatori.

Il peggio pare passato. Da ora in poi si tratterà solo di burocrazia e pagamenti di tasse e biglietti…
Per attraversare la zona franca di 200 m dobbiamo pagare una decina di euro a testa e salire su un bus che in 30 secondi netti ci lascia nel nuovo e pulito edificio del confine palestinese.
Da qui il valico cambia totalmente aspetto: urlatori e sbirri corrotti lasciano il posto ad eleganti giacche e cravatte e giardini innaffiati, l’inconfondibile stile dell’intelligence di Hamas.

Grazie ai compagni che ci aspettavano di là, la trafila è semplice e veloce e noi riusciamo in poco tempo a salire sul taxi che ci porterà a Gaza City.
Finalmente ci siamo. Mesi di documenti, telefonate, assemblee, rimandando la partenza mille e più volte, sono finalmente finiti: siamo a Gaza e questo ci sembra ancora un sogno.
Da qui ora inizia il nostro vero viaggio alla scoperta di questo posto incredibile e delle persone che quotidianamente lo vivono.
Da qui ora inizia la nostra Gaza.

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THIRD DAY IN CAIRO

Per fortuna gli aggiornamenti dicono che i beduini stanno bloccando solo la polizia, hanno chiuso la strada ma lasciano passare tutti i civili, dopo aver controllato ogni documento.
Quindi domani mattina alle 7 si parte.
Questa mattina mentre cercavo di schivare l’attacco di una flotta di zanzare, da Palermo Sandro ci informava che per difetti di prenotazione non sarebbe riuscito a partire, ma è bastato sversare una cospicua somma di denaro per riportare l’ordine e Sandro ci raggiungerà in piena notte.
Piazza Tahrir oggi è in gran fermento, ci sono tutte le fazioni e gruppi politici, laici e religiosi, a protestare affinchè i personaggi della vecchia politica del regime non rientrino in quella nuova.
Per ora sia il corteo che la manifetazione si stanno svolgendo pacificamente.

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SECONDO GIORNO AL CAIRO

Questa città in così poche ore è già sorprendente, t’avvolge, ti investe, ti accalappia, strombazza e sorride.
Corre ed è immensa.
Di gorno è tutta beige, di notte è coloratissima.

Questa mattina nelle ore più fresche abbiamo ritirato alle ambasciate italiana e croata i nostri permessi, trascritti anche in arabo. Viktor ha dovuto sborsare 30 euro, per noi era gratis ed hanno già informato il consolato generale Italiano a Gerusalemme, nella persona di Roberto Storaci del nostro ingresso a Gaza.

Quando il sole era bello alto, ma mitigato da una densa cotre di smog e dal Khamaseen, un forte vento proveniente dal deserto, detto anche vento dei 50 giorni, che quando soffia porta con se la sabbia, siamo stati al Mogamma, gli affari esteri egizi su piazza Tahrir e li ho capito cosa significhi essrere al Cairo,un punto fermo in mezzo ad un crocevia di etnie, la massima disorganizzazione burocratica, uffici super affollati, nessuna insegna e ognuno che ti dice una cosa diversa..
Ieri ci avevano detto che rientrare in Egitto con la Visa scaduta può costare anche 150 US dollars. Oggi invece ci hanno sconsigliato di procedere alla richiesta perchè richiederebbe anche 10 gg ottenere una re-entry visa e comunque rientrare costerà 15 euro, come quando si arriva in aereoporto la prima volta.

La questione burocratica quindi è stata anche troppo facile, ma tutti continuano a dirci che non è affatto scontato che ci lascino passare, o che in ognuno dei ceck point possono farci dei problemi o che possono volerci dei giorni.
Oggi abbiamo conosciuto Marina, coperante che ha vissuto 4 anni in Palestina e abbiamo sentito un suo amico, Mohamed, originario del Sinai che ha alcuni amici a cui chiedere di guidarci a Rafah. Lui quella strada l’ha fatta tante volte e dice che se non ci sono intoppi ci vogliono 4 ore, ma potrebbero esserci blocchi dei beduini o da parte dei militari più ostinati. Ci siamo lasciati 1 ora fa con l’idea di risentirci domani dopo aver parlato coi suoi amici. Il prezzo dal suo punto di vista sarà sui 200 pound, ovvero 26 euro.

Purtroppo la news dell’ultima mezzora è che i beduini hanno attaccato un ceck point tra il canale di Suez e L arish, proprio sulla nostra rotta e ora li c’è un pò di tensione (sicuro non si stanno sfidando a ruba bandiera), che normalmente svanisce in un paio di giorni …quindi Mohamed ci ha chiamato per dirci che forse è meglio non partire sabato, ma rimandare a domenica o lunedì..comunque domani ci risentiamo per aggiornamenti.

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18.04.12 CAIRO

The stewardess is informing us that we will arrive in 10 minutes and to fasten our seat belts. I look excited out of the window to see from above how this big metropolis appears under my eyes, but I can´t get a clear sight of it. No, it´s not the actual political situation of the Arab Republic of Egypt after the revolution beginning in 2011 and still ongoing, which caused a great stir in this never-ending big city of Cairo, but a soft sandstorm which let us discover the sun as a weak shining point in the sky.

Outside the airport we enter a Taxi to bring us to the centre of Cairo, close to Tahir Square, where 846 people during the “Arab Spring” died and more than 2000 have been injured, to meet our friend to bring our stuff to his home. During our ride in the taxi, enjoying to feed my brain with pictures of a new and typical arab city, i recognised that Cairo is not so rich as i read in many articles about the economic situation in this country during my researches in the internet. As in many other countries egyptian politicians don´t run state finances responsibly and equitable distribution of state income is undermined by flourishing corruption. The last elections brought an atypical result for a democratic country. Impressed by worldwide broadcasted videos of encouraged people fighting for their freedom in the Tahir Square, many westeuropean countries could not understand that mostly religious, the Muslim Brotherhood with about 50% or radical islamic parties as the Salafists with about 25% won the elections. Noticing the poor periphery outside of cairo, i can understand that many egyptians are not really satisfied with their daily lives wishing back the “Iron Fist” policy of Ex-President Hosni Mubarak. The situation is stabile, underlines our friend, but the land is still in chaos. In Sinai, where we have to pass to reach Gaza, beduines are robbing and hijacking people, trying to exchange them for lost territory and influence or imprisoned relatives in this region. The place around the Parliament is full of militaries and soldiers, guarding checkpoints built up with big stones and spiny fences. In the middle of the Tahir Square are still tents which are standing there since the first day of the revolution. All these observations seem to give us the right to assume that the country is not ready for a modern democratic country with hopefully respected human rights, but at the same time asocial capitalistic-lead policy.

The buildings in the periphery don´t look like the one i usually see in Europe. Patterning the mostly brown small skyscrapers and the burning stinky rubbish in the outlying streets of cairo, we finally arrive at the meeting point of our friend to take the metro. In Cairo it is better to watch out when you cross streets or walk in crowded places. There are no rules, but it seems to work as well as in other, often north european countries, where passengers are shouting to call the police if you don´t respect the traffic lights. However in the mostly overcrowded metro, some passengers gave us their seats, speaking very friendly english and showing social and welcoming gestures.

Before i go to sleep i think much about Vittorio Arrigoni associated with the gains at the last elections the Salafists made and which are raising up in me a sort of rage. Vittorio, an activist who never felt fear to escort repressed people, to document it and inform the whole world what is going on in forgotten and ignored regions on this earth, in regions, which never had a voice to tell the truth, didn´t diserve to loose his life. Vittorio, my namesake, we will keep you and your wonderful social heart in our minds. I have to realize that my anger for the Salafists will not change anything, but i want, as you and many other activists did and do still, to continue to inform and sensibilize the world for social problems.

vik
still stay human

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LASCIATEVI TENTARE

BERLINO EST 13 MARZO 2012.

Esco di casa in una di quelle giornate uggiose e frizzatine che solo la primavera dell’est ti può regalare. Esco perché la casa mi va stretta. Non riesco a sopportare quelle quattro mura. Passo le giornate ad ascoltare, cercare, leggere di Gaza. Da stamattina non faccio altro, non ci riesco.

Abbiamo progettato il viaggio a Gaza da troppo tempo e mi sento ormai con la testa lì, dove bombardano senza sosta. E oggi l’ennesima volta.

25 morti. 85 feriti.

Numeri. Solo numeri.

E nessuno dice mai chi sono quei numeri quasi non fossero persone ma solo statistiche. Statistiche di una guerra senza fine dove chi muore non è quasi mai chi quella guerra la vuole.

Allora esco perché sennò scoppio.

Vado verso la fermata della metro. Lungo la strada vedo affisso un grande manifesto che pubblicizza le vacanze in Israele. Fra foto di chiese sacre e paesaggi d’incanto una scritta a caratteri dorati dice ‘Lasciatevi tentare!’ Faccio una foto. Mi ferma una signora.

-Vuoi andare in vacanza a Israele? Sai io sono israeliana.

-No. Pensavo alle 25 persone uccise a Gaza in questi giorni.

-Si lo so. Lì c’è una guerra. Io sono qui perché non voglio vivere in uno stato che è sempre in guerra… sai non è facile essere israeliana… neanche a Berlino.

La invito a prendere un caffè in un piccolo bar-cinema vicino a casa.

-Parli un italiano perfetto.

-I miei genitori sono di origine polacca. Mi hanno portato a Tel Aviv quando ero ragazzina. Non sapevamo, nessuno sapeva dove stavamo andando. Mi hanno costretta a fare pure il servizio di leva. Tre anni della mia vita buttati via. Poi sono andata a studiare in Italia. Mi sono trovata malissimo. Mi sono accorta di essere ebrea in Italia. La prossima settimana devo tornare in Israele, il mio visto scade. Non è facile ottenere il visto… vogliono che stiamo lì.

Mentre parla penso a quel cartellone pubblicitario. Lasciatevi tentare!

Lei si è fatta tentare da questa terra promessa fatta di inganni e finta pace. Ed ora si ritrova prigioniera di un incubo. Un brutto sogno che l’ha trasformata in soldata. In quel tipo di orribile persona che spara ai bambini e che entra nelle case delle donne velate di notte. Senza sapere dove e perché.

Entrata in un faustiano patto col diavolo dal quale non può uscire, prigioniera di un paese che non vuole. Un numero. Anche lei un numero.

Le spiego del nostro progetto, un film a Gaza.

-Non ci sono mai stata… a noi non è permesso. Conosco tanti palestinesi che vivono in Israele. Alcuni hanno fatto fortuna ed altri vivono davvero in miseria.

-Hanno fatto fortuna?

-Grandi case, macchine di lusso, tanti figli. C’è chi ci guadagna con il muro! Io non sono una giornalista ma certe cose si vedono. In fondo tutti cercano di far fortuna con qualcosa…

Avrei voluto parlare di più, ma se ne deve andare. Non conosco neanche il suo nome.

Non conosco il suo nome come non conosco quello dei 27 bambini feriti negli oltre 37 raid aerei che hanno colpito la Striscia di Gaza in questi ultimi 4 giorni.

Arrivo alla stazione della metro ed anche lì mi aspetta un altro cartello che invita alle vacanze nella terra promessa.

Prendo la metro fino ad Alexanderplatz e vedo solo cartelloni pubblicitari, grossi centri commerciali, enormi palazzetti dello sport per grossi eventi e concerti.. tutto attorno a me sembra dirmi ‘lasciati tentare’. Lasciati tentare a credere che vada tutto bene, che non ci siano bombe, che non ci siano morti, che non ci siano crisi, che ci siano posti come Gaza…

Questo piccolo mondo ormai semi-dorato fa certo cadere in tentazione. Basta spegnere televisione e radio e non ascoltare. Basta restare qui, lontano da tutto, dove la guerra è un racconto per spaventare i bambini e il pericolo sembra impercettibile e sfuggevole. Dove nulla è impossbile perchè tutto è comprabile e vendibile. Dove tutto è un codice a barre. Un numero.

E vorrei esseri lì dove le persone ancora lottano, dove ancora si parla di rivoluzione.

E vorrei avere il coraggio di Patrick Mc Goohan in The prisoner, dove un esperimento lo rende prigioniero di un’isola, riducendolo ad essere ‘numero 6’, correre verso la morte urlando:

NON SONO UN NUMERO, SONO UN ESSERE LIBERO!

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